Un nome da riscoprire senza forzature

Silvio Matteoda non è un nome che si incontra spesso nei percorsi più noti dell’arte italiana del Novecento. Eppure la sua vicenda contiene molti elementi che meriterebbero maggiore attenzione: una formazione solida, una produzione pittorica autonoma, un’attività architettonica significativa, esperienze di guerra, sperimentazioni tecniche, brevetti e una perdita grave di opere durante il secondo conflitto mondiale.

Nato a Saluzzo nel 1886, Matteoda attraversò quasi per intero il secolo breve. Morì a Torino nel 1977, dopo una vita che non si lascia raccontare con una sola definizione. Pittore, scultore, architetto, progettista, inventore: tutte queste parole gli appartengono, ma nessuna basta da sola.

Il rischio, quando si riscoprono figure di questo tipo, è esagerare. Fare di ogni artista dimenticato un “genio nascosto” non aiuta. Nel caso di Matteoda, la strada migliore è un’altra: raccontare i documenti, osservare le opere, ricostruire i passaggi biografici, segnalare i punti ancora da approfondire. Ne emerge comunque una figura più interessante di quanto la sua attuale notorietà lasci supporre.

La formazione tra Torino e Roma

Matteoda si formò in un contesto artistico importante. Studiò all’Accademia Albertina di Torino e poi a Roma, dove approfondì sia le belle arti sia l’architettura. La sua preparazione fu quindi insieme figurativa e progettuale.

Questa doppia radice è fondamentale. Nella sua pittura si avverte spesso un senso della costruzione. Non si tratta di una pittura puramente impressionistica o decorativa. Anche quando il segno è rapido, l’immagine mantiene una struttura. Anche quando il colore si alleggerisce, la composizione non si disfa.

D’altra parte, la sua architettura non sembra il lavoro di un tecnico privo di immaginazione. Matteoda ragiona da progettista, ma con una sensibilità artistica. Il rapporto tra pieno e vuoto, tra materiale e forma, tra funzione e immagine, accompagna tutta la sua vicenda.

La pittura e i possibili confronti

Per parlare della pittura di Matteoda si possono proporre alcuni accostamenti, senza trasformarli in etichette. Il primo è Cézanne. Il confronto nasce anche da una testimonianza curiosa: alcuni pittori dell’epoca lo avrebbero chiamato “Cézanne” in tono dispregiativo. Oggi quel riferimento appare meno offensivo e più rivelatore. Matteoda sembra interessato, come Cézanne, alla costruzione dell’immagine. Non copia il reale: lo organizza.

Un altro confronto possibile è con De Pisis, per la rapidità del tocco e per una certa leggerezza nel trattare alcuni soggetti. De Pisis è più elegante, più nervoso, più riconoscibile nel suo lirismo. Matteoda resta meno brillante in superficie, ma a tratti mostra una libertà pittorica che può dialogare con quella sensibilità.

Con Spazzapan il legame è più indiretto. Spazzapan porta il segno verso una tensione moderna più marcata. Matteoda non arriva a quella radicalità, ma non è nemmeno un pittore fermo. In alcuni lavori la pennellata si muove, lascia vibrare la figura, non chiude completamente la scena.

Infine, si può collocarlo sullo sfondo della Torino pittorica del Novecento. Casorati, i Sei di Torino, Paulucci, Menzio, Levi, Chessa, Galante, Boswell: sono riferimenti utili per capire un ambiente. Matteoda non si sovrappone a nessuno di loro, ma appartiene a quella geografia culturale in cui la modernità non passa sempre attraverso manifesti aggressivi. A Torino, spesso, la modernità è più trattenuta, più colta, più silenziosa.

Guerra e memoria

La prima guerra mondiale interruppe la sua vita di artista e progettista. Matteoda combatté come ufficiale e fu gravemente ferito nel 1916. Questa esperienza lasciò tracce nella sua produzione, soprattutto nei disegni e negli schizzi di guerra.

Il disegno, in situazioni simili, ha una forza particolare. È veloce, diretto, meno solenne della pittura finita. Può fermare un volto, un’attesa, un’impressione, una paura. Nei materiali legati al fronte, Matteoda appare come un artista che non vuole costruire un monumento alla guerra, ma trattenere qualcosa dell’esperienza vissuta.

La sua biografia sarà poi colpita da un secondo evento bellico, diverso ma altrettanto decisivo per la sua storia artistica.

L’architetto e la città

Dopo la guerra Matteoda tornò a Saluzzo e continuò a lavorare anche come architetto. Tra i progetti ricordati vi è la cooperativa “Casa Nostra”, legata allo sviluppo urbano della città. Questo aspetto della sua attività andrebbe studiato con attenzione, perché mostra un artista impegnato non soltanto nella produzione di opere da guardare, ma nella costruzione di luoghi da abitare.

L’architettura lo accompagna anche a Torino, dove si trasferisce nel 1925. Lì la sua vita familiare, professionale e artistica trova un nuovo centro. La documentazione relativa a Via Saluzzo 47 è importante perché collega Matteoda a un luogo preciso, a una casa concreta, a uno spazio che ebbe un ruolo anche nella conservazione delle sue opere.

I brevetti: la casa, il cartone e il calcestruzzo

Tra gli aspetti meno noti di Matteoda c’è la sua attività di inventore. Un articolo del 1939 lo definisce detentore di parecchi brevetti e racconta la sua sperimentazione edilizia con elementi in cartone povero utilizzati come anime interne per strutture in calcestruzzo.

A prima vista l’idea può sembrare bizzarra. Una “casa di cartone” sembra quasi una battuta. Ma leggendo meglio si capisce che il punto non era costruire muri fragili di carta, bensì usare il cartone come elemento provvisorio o interno per creare vuoti, camere d’aria e strutture cellulari. Matteoda ragionava su isolamento, leggerezza, rapidità di costruzione, minor impiego di materiali e costi più contenuti.

Il contesto del 1939 è quello dell’autarchia, e questo spiega anche il modo in cui la stampa dell’epoca presentava certe invenzioni. Tuttavia, sarebbe riduttivo liquidare l’episodio come semplice curiosità propagandistica. Il ragionamento tecnico di Matteoda appare coerente con una mentalità da architetto-inventore. Cercava materiali poveri, soluzioni pratiche, sistemi costruttivi alternativi.

Il testo giornalistico cita anche esempi concreti, tra cui costruzioni a Condove e la Casa Rurale della Mostra dell’Autarchia di Torino. Servirebbero ulteriori ricerche sui brevetti specifici, sui documenti tecnici e sui manufatti effettivamente realizzati. Ma già questo episodio basta a mostrare un lato molto interessante dell’artista: la volontà di portare l’invenzione dentro l’edilizia quotidiana.

Il bombardamento del 1942 e le opere perdute

Uno dei passaggi più delicati della sua vicenda riguarda il bombardamento del 1942. Secondo documentazione storica di guerra, nella mansarda dell’abitazione torinese si trovava lo studio di Silvio Matteoda. Lì l’artista conservava molti dei suoi dipinti più cari, insieme a materiali di lavoro e memoria.

Il bombardamento colpì quel luogo e distrusse numerose opere. È un fatto che pesa molto sulla ricostruzione della sua figura. Quando si studia un artista, si parte quasi sempre da ciò che resta. Ma nel caso di Matteoda bisogna tenere presente anche ciò che è scomparso. Una parte della sua opera non è arrivata a noi non per disinteresse, dispersione commerciale o scelta critica, ma per distruzione bellica.

Questa perdita modifica il modo in cui va letto il suo percorso. Non possiamo sapere con precisione quanto quei dipinti avrebbero inciso sulla valutazione complessiva della sua produzione. Possiamo però riconoscere che la sua eredità è incompleta e che questa incompletezza non dipende da una debolezza dell’artista, ma dalla storia.

La mostra del 1963

Nel 1963, ormai anziano, Matteoda tornò all’attenzione del pubblico con una personale alla Galleria Fogliato di Torino. Fu un momento significativo. La critica riconobbe nella sua pittura una modernità non scontata, una solidità di impianto e una qualità che meritavano attenzione.

Questa mostra arriva dopo decenni di vita più appartata. Per questo ha il valore di una riscoperta. Matteoda non viene presentato come promessa, ma come artista maturo, con un percorso lungo e in parte nascosto. È una situazione insolita, ma non rara nella storia dell’arte: alcuni autori vengono capiti tardi, altri vengono dimenticati per ragioni che hanno poco a che fare con la qualità del loro lavoro.

Un’eredità da studiare meglio

Silvio Matteoda merita oggi una ricerca più sistematica. Sarebbe utile ricostruire meglio il catalogo delle opere, verificare i brevetti, studiare i progetti architettonici, localizzare eventuali edifici ancora esistenti, raccogliere le recensioni delle mostre e approfondire la documentazione legata al bombardamento del 1942.

Ma anche con ciò che già emerge, il suo profilo è notevole. Matteoda unisce pittura e architettura, arte e tecnica, memoria familiare e storia collettiva. È un artista del Novecento non perché rappresenti una corrente dominante, ma perché nel suo percorso si condensano molte tensioni del secolo: costruire e perdere, inventare e conservare, esporsi e ritirarsi, abitare e ricordare.

Riscoprirlo oggi non significa gonfiare la sua figura oltre misura. Significa riportarla dentro il discorso culturale con serietà. Silvio Matteoda fu un artista complesso, concreto, colto, segnato dalla guerra e capace di muoversi tra discipline diverse. Proprio per questo vale la pena parlarne ancora.

Di Roberto Rinaldo

Trascorro il mio tempo nel mondo delle parole e vivo per la comprensione.